Nemici invisibili
Le regole della nomenclatura post-Pci per ostacolare Renzi
Nel Partito democratico non sembrano placarsi le polemiche e non si allentano i sospetti. Davide Zoggia, responsabile organizzazione del Pd, spera ancora nel miracolo. E’ convinto di poter fare un blitz nell’assemblea nazionale del 20 e 21 settembre e di imporre al recalcitrante Matteo Renzi il cambio delle regole del gioco in corsa. Per questa ragione Zoggia sta contattando personalmente molti delegati all’assemblea e sta chiedendo ai suoi di attaccarsi al telefono per avvisare tutti e fare in modo che la partecipazione all’appuntamento sia la più alta possibile.
6 AGO 20

Modifiche vitali. Nel Partito democratico non sembrano placarsi le polemiche e non si allentano i sospetti. Davide Zoggia, responsabile organizzazione del Pd, spera ancora nel miracolo. E’ convinto di poter fare un blitz nell’assemblea nazionale del 20 e 21 settembre e di imporre al recalcitrante Matteo Renzi il cambio delle regole del gioco in corsa. Per questa ragione Zoggia sta contattando personalmente molti delegati all’assemblea e sta chiedendo ai suoi di attaccarsi al telefono per avvisare tutti e fare in modo che la partecipazione all’appuntamento sia la più alta possibile. Non solo: il responsabile organizzativo del Partito democratico sta facendo spulciare tutti gli elenchi dei componenti dell’assemblea. Lo scopo? Depennare prontamente quelli che ormai non sono più iscritti al Pd o che, per un motivo o per l’altro, hanno rotto i ponti con il partito. In questo modo il quorum necessario perché le nuove regole vengano modificate di abbassa, mentre si alzano le speranze degli avversari di Matteo Renzi di portare a casa almeno alcune modifiche.
Padrone del partito. Al di là delle polemiche sono fondamentalmente due i nodi che ancora dividono Renzi e i suoi sostenitori e i nemici del sindaco. Il primo riguarda la coincidenza della figura del segretario e di quella del candidato premier. Il secondo, invece, è quello sull’elezione dei segretari regionali: devono o no essere eletti insieme al leader nazionale e con la stretta platea elettorale o, piuttosto, vanno scelti prima, insieme a tutti gli altri segretari locali e da una platea più ristretta in cui gli iscritti abbiano un maggior peso? Gli avversari del sindaco e i bersaniani in special modo puntano a entrambe queste modifiche. La prima, infatti, stoppa la corsa di Renzi verso Palazzo Chigi, almeno a sentir loro. La seconda farà sì che il leader non diventi il padrone assoluto del partito ma sia condizionato dai segretari regionali che, votati prima e con un’alta platea, risponderebbero più all’attuale gruppo dirigente e all’attuale apparato che a lui.
Ingabbiare, come. Renzi, che pure è arciconvinto che “non vi siano i presupposti per cambiare le regole perché il quorum non c’è”, sarebbe anche disposto ad addivenire a una mediazione con i suoi nemici perché ritiene che spaccare ulteriormente il partito sarebbe esiziale per il centrosinistra. Perciò il sindaco di Firenze è disposto a cedere sul fatto che il segretario sia automaticamente il candidato alla presidenza del Consiglio. “Tanto – ha spiegato più volte ai suoi – una volta che io guido il Pd voglio vedere chi viene a dire che non posso fare il candidato premier, anche perché vincerei anche quelle primarie”. Ciò su cui invece Renzi non è affatto disposto a mollare è la contemporaneità dell’elezione dei segretari regionali e del leader nazionale. Da quell’orecchio il sindaco non ci vuole proprio sentire: “Se pensano di ingabbiarmi si sbagliano di grosso”.
Blitz e antidoti. A bocce ferme e a una decina di giorni di distanza dall’assemblea nazionale (20-21 settembre), la situazione è questa. Riuscirà il blitz dei bersaniani per modificare le regole? Renzi sostiene che neanche questa eventualità gli fa paura perché non crede al fatto che il partito decida di far passare delle modifiche così importanti con una fetta del Pd contraria. Ma forse non ha capito quanto e come siano determinati i suoi nemici.
Padrone del partito. Al di là delle polemiche sono fondamentalmente due i nodi che ancora dividono Renzi e i suoi sostenitori e i nemici del sindaco. Il primo riguarda la coincidenza della figura del segretario e di quella del candidato premier. Il secondo, invece, è quello sull’elezione dei segretari regionali: devono o no essere eletti insieme al leader nazionale e con la stretta platea elettorale o, piuttosto, vanno scelti prima, insieme a tutti gli altri segretari locali e da una platea più ristretta in cui gli iscritti abbiano un maggior peso? Gli avversari del sindaco e i bersaniani in special modo puntano a entrambe queste modifiche. La prima, infatti, stoppa la corsa di Renzi verso Palazzo Chigi, almeno a sentir loro. La seconda farà sì che il leader non diventi il padrone assoluto del partito ma sia condizionato dai segretari regionali che, votati prima e con un’alta platea, risponderebbero più all’attuale gruppo dirigente e all’attuale apparato che a lui.
Ingabbiare, come. Renzi, che pure è arciconvinto che “non vi siano i presupposti per cambiare le regole perché il quorum non c’è”, sarebbe anche disposto ad addivenire a una mediazione con i suoi nemici perché ritiene che spaccare ulteriormente il partito sarebbe esiziale per il centrosinistra. Perciò il sindaco di Firenze è disposto a cedere sul fatto che il segretario sia automaticamente il candidato alla presidenza del Consiglio. “Tanto – ha spiegato più volte ai suoi – una volta che io guido il Pd voglio vedere chi viene a dire che non posso fare il candidato premier, anche perché vincerei anche quelle primarie”. Ciò su cui invece Renzi non è affatto disposto a mollare è la contemporaneità dell’elezione dei segretari regionali e del leader nazionale. Da quell’orecchio il sindaco non ci vuole proprio sentire: “Se pensano di ingabbiarmi si sbagliano di grosso”.
Blitz e antidoti. A bocce ferme e a una decina di giorni di distanza dall’assemblea nazionale (20-21 settembre), la situazione è questa. Riuscirà il blitz dei bersaniani per modificare le regole? Renzi sostiene che neanche questa eventualità gli fa paura perché non crede al fatto che il partito decida di far passare delle modifiche così importanti con una fetta del Pd contraria. Ma forse non ha capito quanto e come siano determinati i suoi nemici.